Librecensione - "La terrazza proibita", Fatema Mernissi

Salve a tutti miei cari lettori e ben trovati in un nuovo post!
Devo, purtroppo, scusarmi per l’assenza con la quale sto postando nuovi articoli, ma purtroppo sono stati tempi più impegnati di quanto mi aspettassi!
Oggi torno con un nuovo post un po’ particolare, in cui vi parlerò di un libro ben diverso da quelli che leggo di solito, ma che ha rappresentato non solo una lettura stimolante e arricchente, ma credo abbia dato il via a una ricerca molto più seria e approfondita sull’argomento.
Il fantomatico testo è “La terrazza proibita” di Fatema Mernissi.

"Venni al mondo nel 1940 in un harem di Fez, città marocchina...". Così Fatima Mernissi, una della voci femminili più eloquenti del mondo musulmano, apre quest'intensa memoria d'infanzia. Il contrasto fra tradizione e modernizzazione che sovverte la società marocchina in quegli anni è ben presente nella narrazione di Fatima, dove la vita privata e quella pubblica s'intrecciano costantemente e felicemente: ne è nato un libro seducente e provocatorio, delicato e drammatico al tempo stesso, che fa giustizia degli stereotipi negativi così come delle visioni idealizzanti dell'harem e ci coinvolge in una dimensione affascinante, in cui il desiderio di una piena libertà femminile si mescola all'orgogliosa difesa della propria cultura d'origine.

                                               Edito Giunti, collana Tascabili, € 6,90

Questo testo è a metà tra un romanzo e un saggio sugli usi e costumi del mondo arabo, e in particolar modo del Marocco in un momento storico molto delicato, quando questa terra era sotto il protettorato Francese e nel mondo imperversava il secondo conflitto mondiale.

Il testo è molto “complesso” a livello di messaggi e di grandi temi, ma secondo me ce ne sono alcuni fondamentali sul quale ruota l’intero libro:

-       - la figura femminile nel mondo arabo e il femminismo autoctono;
-       -  l’harem come struttura di potere dell’uomo;
-       -  mantenere le tradizioni arabe in un mondo che sta cambiando.

Fatema Mernissi è stata una grande femminista e critica post-coloniale marocchina, e uno dei punti fissi del suo lavoro di sociologa è il femminismo arabo come autoctono e non come “importato” dall’Europa. Nasce come esigenza stessa delle donne arabe. E questo testo trovo sia essenziale per comprendere questo punto, infatti, sebbene idealizzandole, Fatema ci parla di tutte le donne presenti nell’Harem dove vive. Qui si incontrano varie generazioni, varie situazioni e pensieri diversi, che la Mernissi fa incontrare e scontrare, al fine di fornirci un quadro complesso e quanto più possibile completo della realtà araba.

Ci viene raccontato come la madre di Fatema fosse profondamente scontenta di vivere nel contesto dell’Harem e di non poter vivere una vita coniugale intima insieme al marito e i figli, e di come questo fosse motivo di discussione nella coppia.
Questa figura viene rappresentata come ricca di passione e quasi martirizzata per il fatto che le fosse vietato di imparare e leggere e scrivere, o indossare abiti più comodi e di mostrare il capo scoperto.
La Mernissi le fa dire :“Quale bene posso fare per il Paese se sto seduta qui in cortile come una prigioniera? Perché mi si nega l’istruzione? Chi ha creato gli harem e per cosa?”.


Un’altra figura che mi è rimasta molto cara è quella della Zia Habiba, una donna divorziata ( o meglio ripudiata dal marito, in quanto fino a qualche decennio fa le donne arabe non potevano chiedere il divorzio) e quindi ospite nell’harem di famiglia Mernissi, che proprio in virtù del suo essere stata ripudiata dal marito doveva rendersi invisibile. Non poteva esprimere le sue opinioni, né contraddire apertamente gli altri. Poiché non aveva una sua casa doveva limitarsi praticamente in ogni aspetto, anche nel vestire: aveva dei limiti sulle fantasie che poteva ricamare sul caffettano da indossare, potevano essere solo classiche e non appariscenti.
Tuttavia la Zia Habiba viene dipinta come una donna molto interessante, che sapeva ammaliare con le sue storie e con il suo punto di vista progressista.

Ma la Mernissi ci racconta che all’interno dell’Harem non c’era solo la fazione contraria a questo modo di vivere, ma anche quella a favore. E questo punto di vista era espresso dalla nonna paterna di Fatema, che ci mostra il pensiero tradizionalista delle donne all’antica, che vedevano come sovversiva qualsiasi cosa che contraddicesse minimamente il pensiero degli uomini o degli Hudud ( i sacri doveri).

L’autrice ci fa così comprendere come una maggiore libertà e la sete di maggiori diritti si sviluppi praticamente in maniera autonoma, perfino in un ambiente chiuso e ristretto come l’harem, oppure che nascano queste esigenze proprio in virtù della “reclusione” in un ambiente tanto stretto.

Così si afferma e riscopre il mito di Shahrazad, delle mille e una notte. Viene completamente demolita la sua visione orientalizzante occidentale, che la vede come sensuale e ammaliatrice.
Shahrazad è una vera e propria eroina musulmana, che fa comprendere il valore immenso della parola. Proprio nella sua arte di capacissima oratrice sta tutta la sensualità e la capacità di ammaliare. E ogni donna dovrebbe rifarsi a quel modello, perché le parole “possono demolire muri e cancelli”.

Per il secondo punto, ossia l’Harem, sia la Marnissi bambina sia i suoi cugini continuano a chiedersi cosa fosse e quale fosse il suo significato.
Ad esempio la nonna materna di Fatema viveva anch’essa in un Harem, ma ben diverso da quello dove viveva la sua famiglia, perché era in campagna. E qui le donne avevano sicuramente più libertà di muoversi e di agire, ognuna aveva un suo spazio più ampio, ma la sofferenza era comunque una parte importante di quella quotidianità.
La nonna Jasmina dice alla nipote che l’Harem è aver perso la libertà di movimento e che significa disgrazia per il dover condividere il marito con altre mogli.

Sebbene i bambini non riescano a darsi una risposta su cosa l’harem sia o cosa voglia significare, il lettore riesce a comprendere fin troppo bene che non rappresenta altro che una struttura di potere, per rinchiudere il diverso. Si fanno poi dibattere le due fazioni contro o pro harem sul fatto se sia vero o meno che la reclusione delle donne sia voluta da Allah, e una delle donne dice che se Dio ci ha fatti a sua immagine e somiglianza sarebbe stupido anche solo pensare che alcuni siano migliori di altri.

Il terzo punto, ossia il decadimento dei costumi a favore di un’occidentalizzazione del mondo arabo è un discorso in realtà ancora oggi molto attuale.
A tal proposito è emblematica la figura letteraria del padre della Mernissi: egli avvertiva dei doveri verso la famiglia tradizionale e si sentiva in colpa perché vedeva che i valori della cultura araba stavano diventando reliquie del passato.
L’occidentalizzazione è vista in modo estremamente negativo dai tradizionalisti poiché lo considerano un vero e proprio peccato, uno sradicamento da quello che conoscono.
Così il padre della Mernissi era in conflitto con quello che riteneva suo dovere (mantenere la famiglia tradizionale) e quello che avrebbe voluto (far felice la moglie e vivere nella privacy del loro nucleo familiare).

Un ultimo punto molto importante è la terrazza: l’unico luogo all’interno dell’harem dove tutto diventa lecito. Un punto di fuga dagli hudud e dal mondo opprimente, dove i bambini potevano giocare, i ragazzi flirtare, le donne dedicarsi ai loro riti magici e tutti provare quelle sigarette e chewing gum provenienti dai soldati francesi e americani, che erano praticamente demonizzati in quanto ritenuti illeciti e contrari agli Hudud.
La terrazza è l’espressione della necessità di libertà, e la trovo emblematica per il suo significato. La terrazza è proibita perché è una zona neutra, dove le limitazioni e le differenze non sono più così pressanti. E’ il mondo cui le donne dell’harem ambiscono.

All’interno del testo la Mernissi tocca tantissimi altri argomenti di estrema importanza, come l’istruzione, il rapporto tra bambino-bambina/uomo-donna, l’importanza del linguaggio come libertà, il significato del velo, l’influenza della religione islamica che si impone a livello culturale.
Ma vengono trattati anche argomenti più frivoli, come i trattamenti di bellezza,i film e il rapporto con cinema e radio o l’uso della magia per realizzare i propri desideri.
In più viene anche fatto un excursus storico in cui ci viene raccontato come alcuni accadimenti globalmente rilevanti venivano vissuti all’interno dell’ovattato microcosmo dell’harem.

Con uno stile semplice e incredibilmente scorrevole, dove la prosa è inframmezzata da qualche componimento poetico molto bello, la Mernissi ci parla di una realtà vicina e lontana, esponendo fatti e scaturendo profonde riflessioni. Un libro che sicuramente ci si porta nel cuore e che sprona, secondo me, ad avvicinarsi a una lettura di genere.

Molto altro ci sarebbe da dire, perché davvero tantissimi spunti di riflessione e tantissime sfaccettature si nascondono in questo saggio romanzato.
Io non posso far altro che consigliarvene caldamente la lettura, perché è personale e sentito e toccante e profondo, ma riesce a far luce su un intero periodo storico e scatena curiosità su un intero modo di vedere il mondo.

Spero che questo post, così diverso dal solito, vi sia piaciuto. E non dimenticate di farmi sapere nei commenti se vi piacerebbe leggere altri post con questa impostazione ^^
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Un abbraccio e buone letture,
Giorgia

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